SEZIONE LETTERARIA: LE BUGIE PREMIATE

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Ben 62 concorrenti hanno inviato i loro racconti. La giuria composta da 5 componenti, hanno inviato le migliori 4 bugie allo scrittore Sandro Veronesi, il quale ha decretato il podio. Scelto dai giurati, invece, la vincitrice del premio Luca Boschi.

Ecco i premiati:

Premio Alfredo Bartoli. Alessandra Biagini (Firenze) con “Tutto merito di Archimede”;

Bugiardino di Bronzo. Anna Paola Lacatena (Taranto) con “Quando la strada sa essere scuola”;

Bugiardino di Argento. Paolo Filidei (Livorno) con “Fermento Ormonale”;

Bugiardino d’Oro. Fabrizio Sani di Montevarchi con “Mia mamma è una poetessa”;

Tutto merito di Archimede

“Il quaderno? Prof, lei non ci crederà mai…” La professoressa lo fissa, con un misto di rassegnazione e divertimento.

“L’hai dimenticato di nuovo a casa?” chiede sospirando.

“No, in realtà non l’ho dimenticato a casa. Deve sapere, cara prof, che il mio gatto nutre nei miei confronti un profondo e insano risentimento”.

La donna non batte ciglio. La sua espressione è impassibile, una maschera di attesa che lo sfida a continuare.

“Ieri pomeriggio, mentre me ne stavo chino sulla scrivania, intento a concludere gli amatissimi esercizi di matematica, mi sono dovuto alzare un attimo per andare in bagno”. Breve pausa a effetto. “Fatto sta che dopo essere tornato in camera, il quaderno non c’era più. E neppure Archimede!”

“Archimede?”

“Sì, è così che si chiama il mio gatto. A un certo punto, però, con la coda dell’occhio l’ho visto sgattaiolare via con il mio quaderno tra i denti!”

“Addirittura?”

“Già, roba da matti. Quindi l’ho inseguito, ma lui con un balzo olimpico si è gettato dal secondo piano, ha attraversato la strada come un proiettile, ed è saltato su un furgoncino che stava passando proprio in quel momento…”

“Un furgoncino?”

“Sì, di Amazon” dice con un’enfasi che sottolinea tutta la sua disperazione. “Poi Archimede è uscito dal finestrino, ma senza quaderno: l’aveva abbandonato sul sedile del passeggero! L’ho rincorso, quel dannato furgone, glielo giuro. Almeno per cento metri, col fiato in gola, gridando come un matto. Ma niente da fare. L’autista andava a duemila…”

In aula cade un lungo silenzio, denso di attesa e ammirazione.

“Insomma, il mio quaderno è in consegna oggi pomeriggio a Poggibonsi!”

“Sei per la fantasia. Cinque per la credibilità. Quattro per la puntualità. Media: cinque”.

“Tutta colpa di Archimede…”

“Al contrario: tutto merito di Archimede!”

Quando, attorno alla metà degli anni Sessanta, iniziai la scuola dell’obbligo, le classi erano ancora rigidamente suddivise per genere. Un aspetto che nella mia sezione era ancor più accentuato dall’avere uno dei pochissimi insegnanti maschi.

Sarà stato l’incipiente fermento ormonale, sarà dipeso dai racconti peraltro spesso millantati di fratelli e cugini maggiori, oppure forse c’entrava il Sessantotto con l’avvento delle minigonne e i discorsi per noi in gran parte misteriosi sulla libertà sessuale, fatto sta che a un certo punto cominciammo tutti quanti a guardare con altri occhi le coetanee che incrociavamo nei corridoi o durante la ricreazione. E, chiaramente, fioccavano commenti di ogni tipo, con tanto di graduatorie come a un concorso di bellezza.

Una tale smania non sfuggì al maestro, che un giorno ci assegnò un tema il cui titolo sarebbe oggi del tutto improponibile: Anna Righi. Proprio così, papale papale, semplicemente il nome e il cognome dell’alunna più gettonata. Immediatamente le penne iniziarono a tracciare una

descrizione dell’ignara protagonista, e scoprii che c’era persino chi sapeva dove abitava o addirittura si vantava di averle rivolto la parola. Vorrei poter dire che fu per nobiltà d’animo, ma probabilmente fu unicamente la timidezza che mi portò a celare la bramosia che mi accomunava al resto della scolaresca in grembiule nero. Ricordo ancora l’incipit che il maestro, divertito, mostrò a mio padre: “Anna Righi è una bambina della quinta C che piace a tutti i miei compagni. A me no”.

È passato oltre mezzo secolo da allora, e mai avevo rivelato a chicchessia quella lontana bugia.

Tantomeno ad Anna Righi, con cui ho recentemente festeggiato trent’anni di matrimonio. Se vi capita di incontrarla, vi prego di mantenere questo mio segreto.

Mia mamma fa la poetessa

Lo dissi in seconda media, davanti a tutti:

— Mia mamma scrive poesie.

Lo dissi così, secco, come uno che dice: mio padre lavora in banca.

La prof si illuminò. — Ma dai? Che meraviglia! E su cosa scrive?

— Sul dolore. Sui treni. Sull’amore che finisce.

— Le leggeresti qualcosa, domani?

Annuii. Ero rosso. Avevo caldo. Ma sentivo qualcosa montare dentro, come una canzone di quelle che partono piano e poi esplodono.

Quella sera mamma tornò tardi, con le mani sporche d’unto e il grembiule della rosticceria che odorava di grasso e vergogna.

Io stavo scrivendo. Non i compiti: la poesia.

La intitolai Il treno delle rose non si ferma a questa stazione.

La lessi il giorno dopo. In piedi. Davanti a tutti.

E la prof si commosse.

— Tua madre è una donna speciale — disse.

Io non dissi niente. Guardai il vuoto, come fanno i poeti veri.

Per un’intera settimana fui il figlio della poetessa. Le ragazze mi guardavano. I maschi mi rispettavano. A casa, invece, mamma cercava le offerte al supermercato e diceva che le scarpe si

comprano a fine stagione, quando costano meno.

Poi, un giorno, la prof volle conoscerla.

— Portala alla lettura pubblica di sabato — mi disse. — Sarebbe bello se leggesse anche lei.

Io non ci andai. Mi chiusi in bagno. Vomitai.

Poi dissi che era stata poco bene. Che stava perdendo la voce.

Quando finì l’anno, la prof mi regalò un quaderno vuoto.

— Per tua madre — disse.

Io lo tenni per me. È ancora lì, tra le mutande e le cose che non si devono dire.

Non ho mai scritto un’altra poesia.

Ma ancora oggi, quando mamma frigge e impreca alla TV, io mi siedo al tavolo e la guardo, in silenzio.

E penso: tu non lo sai, ma per una settimana sei stata un genio.

Fermento Ormonale

Quando, attorno alla metà degli anni Sessanta, iniziai la scuola dell’obbligo, le classi erano ancora rigidamente suddivise per genere. Un aspetto che nella mia sezione era ancor più accentuato dall’avere uno dei pochissimi insegnanti maschi.

Sarà stato l’incipiente fermento ormonale, sarà dipeso dai racconti peraltro spesso millantati di fratelli e cugini maggiori, oppure forse c’entrava il Sessantotto con l’avvento delle minigonne e i discorsi per noi in gran parte misteriosi sulla libertà sessuale, fatto sta che a un certo punto cominciammo tutti quanti a guardare con altri occhi le coetanee che incrociavamo nei corridoi o durante la ricreazione. E, chiaramente, fioccavano commenti di ogni tipo, con tanto di graduatorie come a un concorso di bellezza.

Una tale smania non sfuggì al maestro, che un giorno ci assegnò un tema il cui titolo sarebbe oggi del tutto improponibile: Anna Righi. Proprio così, papale papale, semplicemente il nome e il cognome dell’alunna più gettonata. Immediatamente le penne iniziarono a tracciare una

descrizione dell’ignara protagonista, e scoprii che c’era persino chi sapeva dove abitava o addirittura si vantava di averle rivolto la parola. Vorrei poter dire che fu per nobiltà d’animo, ma probabilmente fu unicamente la timidezza che mi portò a celare la bramosia che mi accomunava al resto della scolaresca in grembiule nero. Ricordo ancora l’incipit che il maestro, divertito, mostrò a mio padre: “Anna Righi è una bambina della quinta C che piace a tutti i miei compagni. A me no”.

È passato oltre mezzo secolo da allora, e mai avevo rivelato a chicchessia quella lontana bugia.

Tantomeno ad Anna Righi, con cui ho recentemente festeggiato trent’anni di matrimonio. Se vi capita di incontrarla, vi prego di mantenere questo mio segreto.

Quando la strada sa essere scuola

Era l’autunno del 1978. Un ottobre segnato dal freddo e dalle ancora inusitate ipotesi di cambiamento climatico.

Come di routine entrò in classe, depose la cartella e prese posto vicino a Luigi, il più taciturno del gruppo.

Guardò fuori dalla finestra, intascate quelle che sarebbero state le uniche parole della mattina del suo compagno di banco: «che hai portato per merenda?»

Triste come non si era mai sentito nella sua pur breve vita, si concentrò sull’albero che dominava il giardino antistante l’ingresso secondario del plesso scolastico. Aveva provato tante volte ad espugnarlo, attribuendo la causa dei suoi ripetuti insuccessi all’intricato groviglio dei rami più alti e alle forze che, ad un certo punto della salita, sentiva che puntualmente lo abbandonavano.

La maestra squarciò il suo rimuginare con l’appello.

Da Bianchini a Zunego, solo Fioreschi risultava assente.

«Oggi interrogo! Vediamo… mmhh… Giusti alla lavagna!»

Dinanzi all’analisi grammaticale della frase Carla ha comprato due panini e ne ha regalato uno a Leo, il consumato scalatorecapitolò.

«Purtroppo maestra lunedì è morto mio nonno.»

Forse aveva abusato per troppo tempo della credulità dell’insegnante per sperare di essere preso sul serio proprio quando le disse la verità.

«Vai al tuo posto. TRE!»

All’uscita di scuola, Andrea si fermò a guardare il grande albero.

Per vincere il senso di sconfitta e per suo nonno, mettendocela tutta, tra paura e coraggio, per la prima volta riuscì a raggiungere la cima.

Con l’autostima a mille, quando la porta di casa si aprì il suo sorriso soddisfatto da birbante incontrò la dolcezza dello sguardo di sua madre.

«Devo pensare che hai preso finalmente un voto alto?» chiese la donna.

«Ce l’ho fatta, mamma! Non sono mai arrivato così in alto come oggi.»

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